10 Comandamenti – Le regole di Dio per vivere

Non avere altri dii nel mio cospetto – Poco dopo aver liberato i figliuoli d’Israele dalla schiavitù in Egitto e iniziato il viaggio verso la terra promessa, Mosè fu chiamato da Dio sul monte Sinai. Lassù deve avergli detto qualcosa di simile a questo: “Mosè, la tua gente è ora in marcia verso la prosperità. La terra che vi ho promessa è ricca e fertile e il frutto sarà molto più abbondante di quanto non abbiate bisogno. Quello è infatti il paese ove scorre il latte e il miele. Ma, Mosè, la gente non è felice e soddisfatta col solo possesso di beni. Il modo di vivere è molto più importante di quello che si ha. Per questo sto per darti dieci regole di vita. Voglio che tu insegni queste regole al popolo. Se vivranno secondo queste regole io prometto di benedirli, ma, attento, se violeranno queste leggi saranno penalizzati molto severamente. Un’altra cosa, Mosè: queste regole di vita sono per tutte le genti di tutti i tempi. Non saranno mai fuori moda, non potranno mai essere abrogate o modificate”.

Noi abbiamo queste regole: i Dieci Comandamenti come sono riportati in Esodo 20 che non sono soltanto il fondamento del comportamento morale e spirituale, ma anche quello per la pace e la prosperità degli individui e delle collettività.

La Bibbia dice: “Lo stolto ha detto nel suo cuore: Non c’è Dio” (Salmo 14:1), e infatti solo uno stolto può immaginare di essere abbastanza grande e abile da violare le immutabili leggi dell’Eterno lddio e continuare a star bene. Nessun uomo può infrangere le leggi di Dio, può far solo del male a se stesso.

La sequenza nella quale Dio ha dato le sue leggi è molto importante.

Le prime quattro trattano del rapporto fra l’uomo e Dio, le altre sei trattano dei rapporti interpersonali fra uomo e uomo. Prima che l’uomo possa vivere in buona armonia col proprio simile deve essere a posto con Dio.

Qualcuno ha detto: “La mia religione è la regola aurea”, ma la regola aurea non è religione di nessuno perché non è una religione, è soltanto l’espressione della religione. O, come disse H. G. Wells, “finchè l’uomo non trova Dio, non trova il bandolo della matassa e la sua attività è senza scopo”.

Il primo comandamento ha qualcosa di sorprendente. Noi penseremmo che dovrebbe dire: “Crederai in un Dio”, una legge contro l’ateismo. Ma una legge di questo genere non c’è perchè Dio si preoccupò d’inserire questa legge in noi stessi al momento della creazione.

Ad un bambino non insegnamo ad aver fame o sete, è la natura che lo fa. Noi dobbiamo però insegnare ai nostri bimbi a soddisfare fa. me e sete in modo appropriato.
L’uomo crede ed adora per istinto. Nella Bibbia non c’è neppure il più piccolo tentativo di provare l’esistenza di Dio. L’uomo è creato incompleto e non trova pace finchè non soddisfa la sua fame più profonda, lo struggimento dell’anima sua. Il pericolo sta nel fatto che l’uomo può pervertire il suo istinto di adorazione e farsi un falso dio.

Sant’ Agostino disse: “L’anima mia è senza pace finchè non latrova in te, o Dio”. Nessun falso dio soddisfa l’aspirazione dell’anima ma possiamo, e molti lo fanno, sprecare la nostra vita nel cercare soddisfazione in falsi oggetti di adorazione. E’ per questo che la prima regola di Dio per la vita è: “Non avere altri dii nel mio cospetto”.

A Vicksburg, nello stato del Mississippi, un ingegnere mi mostrò un canale quasi secco e mi disse che una volta un braccio del grande fiume Mississippi scorreva lì, ma il suo corso era stato spostato sca· vando un canale. Il corso del braccio del fiume non poteva essere fermato, ma poteva essere deviato. Così è per quando riguarda il nostro adorare Dio. Senza un oggetto di adorazione l’uomo è incompiuto. Lo struggimento della sua anima deve essere soddisfatto. Ma può accadere che l’uomo smetta di adorare il vero Dio per farsene un altro.

C’è stata gente che ha adorato il sole o una stella o un monte. In alcuni paesi la gente adora una mucca o un fiume o qualcos’altro. Noi pensiamo che questi popoli siano primitivi. E lo sono, ma non più di quanto non lo siano moltitudini di persone in quel paese illuminato che chiamiamo America. Dio ordinò: “Non avere altri dii nel mio cospetto”, ma noi siamo colpevoli di aver violato questo comandamento.

Ci sono almeno 5 oggetti di adorazione che moltitudini di persone hanno oggi “nel cospetto” di Dio:

  1. ricchezza,
  2. fama,
  3. piacere,
  4. potere,
  5. saper.

Per quanto molti di noi non pensino di diventare mai veramente ricchi, non siamo però mai soddisfatti di quello che possiamo ragionevolmente arrivare ad avere. Forse è una cosa buona eccetto quando questa smania ci fa deviare dal la nostra ricerca di Dio. Può capitare che diventi così interessato a quello che ho, da dimenticare i bisogni della mia anima.

Molti di noi non si aspettano certo di diventare famosi, eppure c’è il bambino che dice: “Guardate che salto alto che faccio”, oppure: “Guardate come corro bene”.

Fin dalla nascita portiamo con noi il desiderio di essere notati. Non c’è nulla di male, Dio ha dato a ciascuno di noi un’identità separata e desideriamo essere notati. Come pastore ho parlato con molte persone la cui vita è un naufragio e non conoscono felicità solo perchè non hanno ricevuto l’attenzione che desideravano.

Ci sono persone che si offendono moltissimo per un nonnulla. In America si spende più denaro per cosmetici di quanto non se ne spenda per l’avanzamento del Regno di Dio. Non c’è nulla di male a desiderare di avere un bell’aspetto. Ma c’è tutto il male quando il desiderio di mettersi in mostra diventa il nostro primo desiderio, e così il nostro dio.

Tutti gli uomini desiderano essere felici, ma si commette errore iI pensando che il piacere è il mezzo per ottenere la felicità. Col piacere si dimentica la monotonia della vita di tutti i giorni, ma non si soddisfa l’anima. Il piacere è come la droga per avere più eccitazioni, più emozioni, più sensazioni, è necessario aumentare sempre di più la dose finchè ci si trova a brancolare fra le tombe delle nostre passioni ormai morte. E’ come preparare i nostri pasti solo con pepe e sot· taceti. Una delle più grandi tentazioni è di mettere il piacere prima di Dio.

Nel potere e nel.sapere non c’è nulla di male. In America l’energia elettrica a disposizione di ciascun cittadino è equivalente all’energia prodotta da 150 schiavi. Ma quando il potere viene ricercato per se stesso, quando il potere viene adorato, trasforma le persone in tanti piccoli Hitler. Il sapere di per sè è cosa buona, ma l’adorazione del sapere distrugge l’obbedienza, proprio come l’adorazione del potere distrugge il carattere.

Adorare lddio ci porta ad essere come Dio e ad obbedire alla Sua volontà. Così’ ci miglioriamo e camminiamo nei sentieri del retto vivere quando non abbiamo altri dii nel cospetto delI’lddio vivente.

Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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Le tavole dei Comandamenti

I COMANDAMENTI CHE CI PROTEGGONO

Nello studiare il Decalogo constatiamo che Dio rivolge questi comandamenti ad un popolo che è già stato riscattato per grazia.

E’ ad un popolo salvato e riunito nella Sua presenza che il Signore dice: «Ecco ciò che ho fatto per te, ecco ora ciò che ti chiedo di fare per Me, dato che sei il Mio popolo».

L’Evangelo ci dice che noi non ubbidiamo per essere salvati, ma che noi siamo salvati per poter ubbidire.

D’altra parte tutto il Decalogo viene confermato dal Nuovo Testamento.

Sarebbe molto interessante e nello stesso tempo un arricchimento spirituale esaminare nel Nuovo Testamento tutti i testi che confermano ciascuno dei dieci comandamenti.

I comandamenti del Signore

Ciò che vogliamo fare è piuttosto prendere in esame la seconda tavola del Decalogo.

Se esaminiamo la Bibbia, constateremo che i primi quattro comandamenti, fino alla fine del v. 11, costituiscono la prima tavola della legge e riguardano le nostre relazioni con Dio. Poi, a partire dal v. 12 fino al v. 17, cioè gli altri sei comandamenti costituiscono la seconda tavola della Legge e riguardano le relazioni con il nostro prossimo, le nostre relazioni gli uni con gli altri.

Si tratta di proibizioni che hanno la loro controparte positiva nel Nuovo Testamento.

Se osservate, a partire dal v. 13, i quattro comandamenti che seguono, constatiamo che Dio vuoi proteggere i beni più preziosi dell’uomo: al v. 13, con il sesto comandamento, «non uccidere»! abbiamo la protezione della vita dell’uomo, cioè il bene più prezioso che egli possiede. Al v. 14, con il settimo comandamento: «non commettere adulterio», abbiamo la protezione del matrimonio, della famiglia, e del futuro dell’umanità. Al v. 15, con l’ottavo comandamento: «non rubare», abbiamo la protezione dei beni materiali dell’uomo. Al v. 16, con il nono comandamento: «non attestare il falso contro il tuo prossimo», abbiamo la protezione della reputazione dell’uomo. Dio vuole che l’uomo sia protetto nella sua vita, nel suo matrimonio, nei suoi beni e nella sua reputazione.
Possiamo altresì seguire lo sviluppo nel pensiero di questi ultimi comandamenti in questo modo: il sesto, il settimo e l’ottavo comandamento riguardano gli atti, «non uccidere, ecc.», il nono comandamento concerne la parola, «non attestare il falso», e poi, cosa significativa, l‘ultimo comandamento concernente l’atteggiamento, il desiderio, atteggiamento che si ripercuote sui comandamenti precedenti: «non concupire».

Non commettere adulterio

L’Ora di religione 1 – I 10 Comandamenti e la Parola di Dio

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Video lezione per le classi prime.

Occupiamoci ora del settimo comandamento.

Il tema è delicato, difficile, perchè tocca una sfera intima della nostra vita di cui non amiamo parlare in pubblico. Nello stesso tempo riconosciamo che si tratta di un argomento importante, e noi dobbiamo parlarne a tutta la chiesa, perchè ha bisogno di essere ammaestrata in tutti i campi in cui il Signore ci impartisce delle istruzioni e dei comandamenti, perchè Dio sia Dio in tutte le sfere della nostra vita, compresa quella più delicata e più intima.

Osserviamo il v. 14: «Non commettere adulterio».

Un commentatore attira la nostra attenzione sul fatto che si tratta del settimo comandamento, e che la cifra sette ne sottolinea l’importanza.

Sette è la cifra di ciò che è perfetto, completo. Difatti, Dio paragona il matrimonio ai legami che Egli intrattiene con il Suo popolo.

Vi sono dei testi in cui chiama Israele la sua fidanzata: «Ti fidanzerò a Me per l’eternità. » (Osea 2:19).

. e nel Nuovo Testamento, soprattutto in Efesini 5, vediamo che la relazione esistente fra Cristo e la Sua Chiesa è la relazione di uno sposo con la sua sposa.

Una relazione d’amore: «Cristo ha amato la chiesa e ha dato Se stesso per lei, affin di santificarla. e far comparire davanti a Sè questa Chiesa, gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile. » (Efesini 5:25-27).

Questa relazione è dunque paragonata ad un matrimonio in cui regna la purezza e la fedeltà reciproca. Perciò, quando Israele e Giuda diventano infedeli e si allontanano dal Signore per unirsi agli idoli, Dio accusa il Suo popolo di essere colpevole di adulterio e prostituzione.

Tutto questo ci mostra, da un lato, l’importanza che Dio dà alla Sua relazione con il Suo popolo, e da un altro lato, l’importanza che Dio dà al matrimonio.

Qual è allora il significato esatto della proibizione del v. 14 nel contesto dell’Antico Testamento?

La parola adulterio indica l’unione sessuale di un uomo sposato con una donna diversa dalla moglie, o ancora l’unione di una donna sposata con un uomo che non è suo marito.

E lo scopo di questo Comandamento è quello dl proteggere uno dei possessi più cari all’uomo, il possesso più caro dopo la sua propria vita: il suo matrimonio, la sua vita coniugale e mantenere il carattere sacro del matrimonio, istituito dal Dio Creatore.

Inoltre, per estensione, ha lo scopo di proteggere la famiglia ed il futuro della razza umana.

Notiamo, nel commentario, che Dio fa su questa proibizione in altri testi del Pentateuco, che essa si applica sia all’uomo che alla donna.

In Levitico 20:10, ci viene detto che la violazione di questo comandamento è punita con la morte, non solo per l‘uomo, ma anche per la donna.

L’insegnamento di Gesù

Alcuni forse diranno che, dopo tutto, questa proibizione ha un’applicazione limitata. «Osservate, diranno, i silenzi dell’Antico Testamento come pure i testi che sembrano permettere una certa libertà! ».

In Deuteronomio 24, per esempio, si parla di una lettera di divorzio permessa all’uomo che non è contento di sua moglie.

In altri testi storici, alcuni uomini, persino degli uomini di Dio – patriarchi e re – avevano più di una moglie e persino delle concubine; inoltre la poligamia ed il concubinaggio sembrano essere tollerati nella storia dell’Antico Testamento.

Possiamo allora concludere che il comandamento del v. 14 avrebbe per noi un’applicazione ristretta e che per tutto il resto noi possiamo godere di una certa libertà? (la libertà della nostra società che, ignorando la storia, parla di «nuova moralità» senza sapere che essa non è altro che la vecchia moralità ritornata alla ribalta).

E’ proprio qui che noi abbiamo bisogno di lasciarci istruire dal Signore Gesù che ha commentato questo comandamento almeno tre volte nel Vangelo di Matteo.

Notiamo le tre osservazioni che il Signore ha fatto a questo riguardo.

Prima osservazione

In Matteo 19:1-9, in particolare il v. 8: i Farisei interrogano il Signore a riguardo del divorzio.

Gesù ricorda loro lo scopo di Dio quando creò l’uomo e la donna; «Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi. Essi gli dissero: Perché dunque Mosè comandò di scrivere un atto di ripudio e mandarla via? Gesù disse loro: Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè permise di mandar via le vostre mogli; ma da principio non era così».

Noi comprendiamo che la monogamia, vale a dire il matrimonio fra due persone e per tutta la vita, era nel piano di Dio fin dalla creazione. Se, in seguito, fu ammessa una lettera di divorzio, o se è stata tollerata, sembra, la poligamia o altre unioni al di fuori del matrimonio di un uomo e di una donna, non è perché Dio l’abbia voluto, ma fu a motivo della durezza del cuore dell’uomo. Ma per noi che viviamo nell’epoca della grazia e che beneficiamo dell’Evangelo e del Sangue di Gesù Cristo che ci perdona e ci purifica, simili cose divengono impensabili!

Forse esse erano tollerate nell’Antico Testamento, ma non posso più esserlo nel Nuovo Testamento.

Seconda osservazione

In Matteo 15:19, si parla delle cose che contaminano e Gesù dice: «Dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultéri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni».

Ebbene è interessante osservare che in questo versetto Gesù segue l’ordine del sesto, settimo, ottavo e nono comandamento:

  • «gli omicidi» = «non uccidere»;
  • «adulteri, fornicazioni» = «non commettere adulterio»;
  • «furti» = «non rubare»;
  • «false testimonianze, diffamazioni» = «non atte- stare il falso».

L’ordine è dunque il medesimo del sesto, settimo, ottavo e nono comandamento, e nel caso del settimo comandamento, Gesù usa due parole: «adultèri», che corrisponde al termine dell’Antico Testamento, poi un secondo che è difficilmente traducibile nelle nostre lingue moderne; la parola greca «porneia» che significa tutti gli sviamenti, tutte le pratiche irregolari al di fuori dell’unione sessuale di un uomo e una donna, nell’ambito del matrimonio. Perciò, parlando di «fornicazione», Gesù, lungi dall’abrogare il comandamento, lo intensifica ed allarga l’applicazione della proibizione a delle pratiche che, nella nostra società moderna, non solo vengono tollerate, ma addirittura giustificate.

Terza osservazione

Il testo di Matteo 5:27-30, dice: «Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio. Ma Io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se dunque il tuo occhio destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché è meglio per te che una delle tue membra perisca, e non sia gettato tutto il tuo corpo nella geenna. E se la tua mano destra ti fa cadere in peccato, tagliala e getta la via date; poiché è meglio per te che una delle tue membra perisca, e non vada tutto il tuo corpo nella geenna».

C’è da chiedersi, leggendo questi versetti, se dovessimo prendere alla lettera le raccomandazioni del Signore, quanti orbi e monchi ci sarebbero oggi nella chiesa di Gesù Cristo?

Qui, il Signore estende l’applicazione in profondità.

Come Egli aveva già fatto nei versetti precedenti (v. 21 e seguenti): «non uccidere» per mostrare che questo si applica anche alla collera e ad ogni parola offensiva, la stessa cosa fa con il comandamento: «non commettere adulterio», mostrando che questo si applica anche allo sguardo, ai desideri impuri, ai pensieri sensuali ed aggiunge che i peccati segreti di intenzione, non sono meno gravi dell’atto stesso.

Le esigenze di Dio

Nel lasciare l’epoca della Legge per entrare in quello della grazia, che casa scopriamo?

Che noi abbiamo a che fare con un Dio che non è meno esigente, anzi, oserei dire, ancora più esigente a motivo della luce più completa che Egli ci ha data tramite l’Evangelo!

Vorrei perciò riassumere tutto ciò nella seguente maniera:

  • Io trasgredisco il settimo comandamento se non considero il matrimonio come un impegno per tutta la vita, irrevocabile,
  • Io trasgredisco il settimo comandamento se non considero ogni attività sessuale al di fuori del matrimonio come condannabile.
  • Io trasgredisco il settimo comandamento se non disciplino i miei
    occhi, i miei sentimenti e la mia immaginazione, commettendo cosi adulterio con il pensiero, la fantasia o la concupiscenza.
  • Io trasgredisce il settimo comandamento se non so rinunciare ad
    ogni spettacolo, ad ogni immagine pornografica, ad ogni lettura, ad ogni vestito e ad ogni amicizia che sono tentazioni di infedeltà, dimenticando cioè che il mio corpo è il tempio dello Spirito Santo.

Che questo ci piaccia o no, siamo costretti a riconoscere che questo comandamento include tutti gli abusi possibili del dono della sessualità, che è uno dei più nobili, dei più sacri e dei più belli che Dio ci ha accordato.

Veniamo ora a delle considerazioni di carattere pratico.

Non so quali reazioni queste considerazioni provocheranno fra di noi.

Qualcuno potrà forse dire: «Tutto ciò non mi riguarda direttamente! Già da molto tempo il Signore mi ha liberato da queste cose, vivo nella Sua vittoria».

Dio sia lodato per questo!

Ma forse vi sono altri che replicheranno dicendo: «Alla luce di tutto quello che è stato detto, io non ne sono stato all’altezza, sono stato colpevole, se non negli atti, almeno negli sguardi e nei pensieri».

A questi rispondo: Cari, si tratta di un problema universale. Ai giorni nostri le tentazioni sono talmente raffinate che sono diventate quasi irresistibili. Praticamente è impossibile passeggiare in città, guardare le vetrine dei negozi o guardare come certe persone si vestono, senza essere tentati.

Dobbiamo riconoscere umilmente che in questo campo siamo tutti vulnerabili.

La prima funzione della Legge

La prima funzione di una legge come questa è quella di mostrarci le esigenze di Dio, esigenze che non mutano.

La seconda funzione è quella di evidenziare le nostre mancanze, mostrarci che su questo o su quel punto siamo stati colpevoli.

La terza funzione della legge, è quella di creare un sentimento di disperazione in noi stessi, mostrandoci che, sebbene approviamo ciò che è bene, non abbiamo però la forza di farlo.

La quarta funzione della legge è quella di condurci a Colui che è venuto a chiamare per grazia, non i giusti, ma i peccatori al ravvedimento ed alla salvezza. Per quelli che si riconoscono colpevoli di fronte alle esigenze di questi comandamenti, dico che esiste la Croce, che Gesù è venuto, ha perso su di Se i nostri peccati, è morto, ha sofferto al nostro posto perchè noi potessimo andare umilmente a lui e dirgli: «Signore, riconosco che non ho osservato tutte le Tue leggi. Se ho peccato in qualche cosa, sono colpevole di tutto. Vengo a te per riconoscere la mia colpevolezza, confessare il mio peccato, mettere la mia fiducia in Te, perché Sei venuto a salvarmi e darmi il perdono morendo per me».

Non c’è nessuno fra di noi che dovrebbe cominciare passando attraverso un simile pentimento e confessione?

Lo faccia perché è indispensabile e fondamentale!

Forse vi sono altri che, pur essendo credenti, potrebbero dire: «lo sono incapace! Le esigenze sono molto severe: io non potrò mai vivere a quei livelli, e soddisfare tutto quello che Dio chiede da me».

Ebbene rispondo: «Non siamo noi tutti deboli ed incapaci con le nostre proprie forze di ubbidire a ciò che Dio si aspetta da noi?».

. ma anche qui Dio ha provveduto: una delle funzioni della legge, l’abbiamo già affermato, è quella di rivelarci costantemente le nostre debolezze, non per condannarci a vivere nella disfatta e nella disperazione, ma perché noi potessimo capire che Colui che è morto per noi alla croce, per darci il perdono di Dio, è vivente ed operante! Egli viene a vivere in noi mediante il Suo Spirito Santo, per darci una nuova natura.

Il cristiano è colui che ha capito, non solo che Gesù è morto per lui, ma che Gesù vive in lui mediante il suo Spirito Santo.

E’ proprio questa vita nuova quella che ci permette di avere una potenza nuova per cui possiamo camminare in novità di vita, nella gloriosa libertà dei figli di Dio che è quella di amare la Sua volontà e di compierla.

Perciò, vi invito ad esperimentare questa libertà, perché è straordinaria, benefica; vi invito a camminare nelle vie di Dio, ad essere santi, puri e giusti come Egli ci chiede di essere, e noi vedremo che Egli ci darà ciò che Egli ordina mediante il Suo Spirito.

Una testimonianza efficace

In conclusione, vorrei dire che il nostro bisogno è quello di esprimere e manifestare una qualità di vita da parte di cristiani trasformati dalla potenza dello Spirito Santo, per essere noi stessi una dimostrazione dell’attualità dell’Evangelo davanti ai nostri contemporanei, e di essere per loro qualcosa di attraente e di credibile.

Anche se con tutti i mezzi moderni legittimi riuscissimo ad attirare molte persone nella nostra comunità, che cosa avremmo da offrire loro?

Solo dei divieti. una vita cristiana negativa.

Diremo loro che il cristiano è colui che non fa questo, che non fa quell’altro, che non fa assolutamente nulla.

Oppure la contropartita positiva dell’Evangelo per cui, per esempio, in risposta al settimo comandamento ed alla sua proibizione, noi siamo chiamati a vivere nella castità, nella purezza, nella fedeltà verso il nostro coniuge, sapendo che Dio lo vuole per il nostro bene?

O, ancora, là dove il furto viene proibito secondo l’ottavo comandamento, l’apostolo Paolo aggiunge: «Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con. le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno».

In altre parole, al posto del furto, mostrare la generosità!

Essere luce nelle tenebre

Qualcuno ha detto che noi dobbiamo farci tutto a tutti, andare verso gli altri, parlare il loro linguaggio, cercare di interessarci a ciò che li interessa.

Sono d’accordo. ma solo fino ad un certo punto.

Io credo che il problema della nostra testimonianza consiste nei fatto che siamo troppo differenti dagli altri, là dove le differenze sono inutili.

Il vero problema non risiederebbe forse nel fatto che non siamo abbastanza differenti dagli altri, là dove le differenze sono indispensabili e fanno parte della nostra testimonianza?

Volete avere una testimonianza credibile?

Ebbene, Dio ci chiede di camminare su una strada completamente diversa da quella scelta dalla nostra società.

Siamo chiamati ad essere luci nelle tenebre, a mostrare che la santità, la purezza, la castità, che cioè tutto questo non è soltanto possibile, ma benefico per un mondo che non crede assolutamente più a queste cose.

Dobbiamo avere il coraggio di essere differenti là dov’è necessario, perchè Dio ci dice:
«Siate santi, perchè Io sono Santo».

Mettiamo in ordine la nostra casa.

Portiamo i nostri interdetti ed i nostri compromessi al Signore per confessarglieli e abbandonarli ai Suoi piedi.

E’ soltanto a questo prezzo che avremo una testimonianza credibile di fronte ai nostri contemporanei.

Frank Horton «IL CRISTIANO» giugno 1986 www.ilcristiano.it

I 10 comandamenti e Roberto Benigni

A proposito della recente trasmissione televisiva (dicembre 2014)
I 10 COMANDAMENTI

A parte due scivolate abbastanza visibili al telespettatore che ha solo una mente analitica e nessuna preparazione teologica ,

1* la prima s ull’unico Dio, uguale in tutte le religioni, inerente al discorso di non nominare il nome di Dio invano, affermazione che è andata in contrapposizione con quello che aveva detto prima parlando del Dio Geloso.
2* Non ti fare scultura ne’ immagine alcuna, bellissimo il concetto dell’introduzione al pensiero astratto che non può essere confinato. però è scivolato sul finale: Dio non ci manderà all’inferno per una cappella Sistina, se così dovesse essere, almeno abbiamo avuto la nostra parte di paradiso sulla terra.

Ma per il resto, ho davvero apprezzato, soprattutto le molte sfumature poetiche, ha innalzato la parola di Dio parlandone come di un capolavoro, in un tempo dove viene bistrattata è stato bello sentire apprezzamenti. Non c’è l’evangelo? A me è importato poco, in un tempo dove non ci sono più regole oramai il concetto del peccato è troppo arbitrario, nessuno più sente bisogno di un Salvatore, perchè nessuno si sente perduto, ben venga la conoscenza della legge, perchè essa mette in mostra il peccato. ed il resto dovrebbe venire da se’. Quanto è costato chiede qualcuno? Poco importa a me, se il servizio pubblico butta soldi il soubrettes e si ostina a fare San Remo, preferisco che quello che pago di canone venga utilizzato come ieri sera, quando sarebbe costato a noi mandare un predicatore in prima serata? E chi l’avrebbe guardato?

2 – Non ti fare scultura alcuna nè immagine alcuna

per esempio, può diventare una violazione di questo comandamento. lo sono metodista, ma potrei essere un buon credente anche se fossi battista o presbiteriano o di qualunque altra denominazione che riconosce, con Pietro, che “Tu sei il Cristo, il Figliuol dell’lddio vivente” (Matteo 16: 16).

Dio ci dice di non fare il male, ma ci sono alcune cose che noi vogliamo fare a tutti i costi, giuste o sbagliate che siano. Così ci creiamo un Dio che non si preoccupa troppo dei nostri modi di agire. Noi pensiamo ad un Dio che sta nei cieli blu, a belle montagne maestose, a fiori magnifici, ma giriamo le spalle al Dio che ci dice: “Mi avete derubato delle decime e delle offerte” (Malachia 3:8), o al Dio che dice: “Quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà” (Galati 6:7).

E’ stato fatto notare che Gesù é stato crocifisso non perché diceva: “Guardate i gigli dei campi. .. “, ma piuttosto perché diceva: “Guardate i ladri come rubano . “.

Sembrava che la stessa voce andasse avanti chiedendo: “Il tuo comportamento é all’altezza di quel che credi sia il miglior modo di vivere?” “No,” rispose, “ma lo voglio”. Quel giorno stesso dedicò la sua vita al suo più alto ideale. Molti anni più tardi, dopo essere stato per 47 anni pastore di una chiesa, diceva: “Conosco meglio Gesù Cristo che ogni persona della mia chiesa”. Quando cominciò a conformare la propria vita ai suoi ideali, invece di adattare questi alla sua vita, fu guidato alla realizzazione di Dio.

Pensate a Garibaldi e il suo sembiante sarà proiettato sullo schermo della vostra mente. Quando una persona pensa a Dio, vede alcune delle raffigurazioni di Dio. Il pericolo sta nel fatto che potrebbe essere la raffigurazione errata; sarebbe tragico.

L’uomo diventa come l’immagine che si fa di Dio e se quest’immagine è quella sbagliata, tutto in lui sarà sbagliato. Ecco perché la Bibbia contiene più ammonimenti riguardo il rispetto della seconda regola di Dio per la vita: “Non ti fare immagine alcuna” (Esodo 20:4), che non per qualunque altra.

L’uomo vede un po’ di Dio in diverse manifestazioni: la maestà. nelle Sue montagne, la bellezza nei Suoi fiori, la giustizia nei Suoi santi. Ma tutto questo é insufficiente. Il cuore di ciascuno di noi dice con Filippo: “Signore, mostraci il Padre, e ci basta”. Gesù risponde a noi come rispose a Filippo: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Giovanni 14:8-9).

In Gesù abbiamo la sola immagine perfetta di Dio, e questo è sufficiente.

22:61 ), e il cuore di Pietro si spezzò.

Qualche volta gli occhi di Gesù lampeggiavano di gioia, altre volte esprimevano tenerezza, ed altre ancora erano pieni di riprovazione. Quando leggo: “Le vie dell’uomo stan davanti agli occhi dell’Eterno, il quale osserva tutti i sentieri di lui” (Proverbi 5:21 ), mi fermo silenzioso a riflettere sulla strada percorsa.

Dal Libro: La psichiatria di Dio

3 – Non usare il nome dell’Eterno, ch’è l’lddio tuo, invano

La terza regola di Dio per la vita è: “Non usare il nome dell’Eterno, ch’è l’lddio tuo, invano” (Esodo 20:7). La prima regola è:

  1. Metti Dio al primo posto”;
  2. la seconda è: “Cerca la vera immagine di Dio”;
  3. la terza: “Pensa a Dio nel modo giusto”.

I pensieri di unapersona determinano il suo comportamento. Hawthorne ci racconta di quel ragazzo, Ernesto, che guardava con desiderio a quel grande volto di pietra sul fianco della montagna (trattasi di un monte delle Green Mountains, nel Vermont, nel cui profilo si vuol vedere appunto un volto virile – N.d.T.).
Era un volto forte, gentile, nobile che eccitava il cuore del ragazzo. Una leggenda diceva che un giorno sarebbe apparso un uomo col viso somigliante alla “Grande Faccia di Pietra”.

Per tutta la sua infanzia e anche dopo essere divenuto uomo, Ernesto continuò a guardare la grande faccia e a cercare l’uomo che le assomigliava. Un giorno, mentre la gente discuteva della leggenda, qualcuno improvvisamente gridò: “Guardate, guardate, Ernesto è l’uomo che somiglia alla Grande-Faccia-di-Pietra”. Ed era proprio così: il suo volto era divenuto come l’oggetto dei suoi pensieri.

I nostri desideri segreti alla fine si manifestano nel nostro aspetto. Un amico di Lincoln desiderava che s’incontrasse con una certa persona. “Non lo voglio vedere” disse Lincoln. Ma il suo amico insistette: “Ma se non lo conosci neppure”. Lincoln replicò: “Non mi piace la sua faccia”. “Un uomo non può essere responsabile per la sua faccia” disse l’amico. “Ogni persona adulta è responsabile per l’aspetto del proprio volto,” insistette il presidente. Lincoln aveva ragione. Il suo viso era un esempio della sua affermazione.

Benchè fosse semplice e quadrato, sul viso di· Lincoln si potevano vedere i principi di simpatia ed onestà che hanno fatto di lui il più grande di tutti gli americani.

Alcuni psicologi hanno fatto studi che dimostrano come i pensieri di una persona sono evidenti nei suoi lineamenti. lo ho notato che nelle coppie in cui c’è stata pace ed armonia, col passare degli anni l’aspetto diventa più simile a quello di fratello e sorella che non di marito e moglie. Vivendo assieme, facendo le stesse esperienze, pensando nello stesso modo, essi tendono ad assomigliarsi.

Ralph Waldo Emerson, uno degli americani più saggi, disse: “Un uomo è quello che pensa durante la giornata”. Ma non era originale nel dire questo. Marc’Aurelio, l’uomo più saggio dell’antica Roma, disse: “La nostra vita è forgiata dai nostri pensieri”. (A proposito dell’influenza che il modo di pensare ha sul comportamento, Karl Marx disse: “Se non si vive come si pensa, si comincia a pensare come si vive” – N.d. T. ).

Ma ancor prima di Mare’ Aurelio i saggi della Bibbia avevano detto: “Perchè egli (l’uomo) è come sono i pensieri del suo cuore” (Proverbi 23:7) (secondo la versione di Louis Segond e la Authorized Version – N.d.T.).

L’allenatore di una squadra di calcio era preoccupato perchè uno dei suoi ragazzi, che aveva il fisico adatto ad essere un grande giocatore, non giocava in modo adeguato alle sue possibilità. Una sera l’allenatore decise di andare a trovare il ragazzo in camera sua per parlargli.

Sul muro vide fotografie di scene laide e immorali ed allora capì. Nessun ragazzo poteva riempire la propria mente con quell’immondezza e nello stesso tempo dare il proprio meglio sul campo di gioco.

La terza regola di Dio vuole che noi mettiamo nella nostra mente qualcosa di elevato e di santo che possa indurre reverenza e ispirazione. L’apostolo Paolo ci dice: “Tutte· le cose vere . onorevoli . giuste . pure . amabili. .. di buona fama . siano oggetto dei vostri pensieri” (Filippesi 4:8). Notate, queste sono qualità di Dio.

Nel pensare a Lui il nostro pensiero ispira la nostra virtù e ci porta a somigliare a Dio.

Ci sono almeno tre modi coi quali profaniamo il nome di Dio.
Primo, col nostro modo di parlare. In America abbiamo molti tipi di manie, ma una delle più comuni è quella di “imprecare”. E’ allarmante il modo col quale nella nostra lingua diventa sempre più frequente l’uso di termini profani. Mi piacerebbe leggere molti dei nostri romanzi moderni, ma vi si fa uso di un linguaggio così triviale che non li leggo perchè non voglio che quelle espressioni entrino nella mia mente.

La parola “inferno” è diventata una delle nostre parole più comuni. Diciamo: “fa un freddo d’inferno”, “fa un caldo d’inferno”, “è una pioggia infernale”, eccetera. Recentemente è venuto a trovarmi un tale che io ritenevo sapesse parlare correttamente. Mi disse: “Pastore, sono in un inferno”, e lo era.

L’inferno è in basso, non in alto, e riempire la mia mente con l’inferno e il suo linguaggio degrada la mia anima. La parola “profano” deriva da due parole latine: “pro” – avanti – e “fanum” – tempio, luogo sacro – quindi “che sta fuori del sacro recinto”.

Profana è quella parola che mai nessuno userebbe ìn una chiesa, e questo è un modo eccellente per giudicare il linguaggio che usiamo.
Secondo, noi usiamo il nome di Dio invano col non prenderlo sul serio. Ammettiamo che ci sia un Dio ma il nostro è un credere superficiale. Gesù disse: “Chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica . “ (Matteo 7:24). Parlare di Dio e non vivere come Dio è una profanazione peggiore del linguaggio triviale e credere che questo fatto non produca una differenza radicale nella vita è pura vergogna e ipocrisia. A questo proposito Elton Trueblood diceva: “Una fede vuota, priva di significato è peggio di nessuna fede”.

Un terzo modo col quale usiamo il nome di Dio invano è il rifiutare la Sua comunione e il Suo aiuto. Se di un tale dico che è mio amico e poi non sto mai con lui, non lo chiamo quando mi servirebbe il suo aiuto, io mento quando uso il termine “amico”. Se ho fiducia di un meccanico vado da lui quando la mia auto ha bisogno di qualcosa. Se ho fiducia di un medico lo chiamo quando mi ammalò.

Ma quando Adamo ed Eva peccarono fuggirono e si nascosero da Dio. Da quel momento i loro discendenti si sono comportati allo stesso modo. Sulla nostra vita c’è il marchio del peccato. C’è solo una Persona che può perdonare i peccati e rifiutare di pregare, chiudere la nostra Bibbia, girare le spalle al Suo altare, abbandonare la Sua Chiesa sono profanità della peggior sorte. Una volta, quand’ero ragazzino, vidi un camioncino di bibite che sembrava abbandonato.

Mi feci scivolare una delle bottigliette in tasca e, girato l’angolo, l’aprii per ber·
la. L’autista mi si parò davanti proprio in· quel momento e chiese d’essere pagato. Non avevo un soldo. Con severità mi disse: “Ti do mezz’ora di tempo: o mi porti i soldi o ti faccio mettere in prigione”.

Corsi a casa e dissi a mio padre quel che avevo fatto. Non mi punì nè mi umiliò. Il mio errore m’aveva già punito abbastanza. Mi diede i soldi dicendomi: “Va’ a pagare quell’uomo”. Questa è un’immagine di Dio. Pecchiamo e la nostra stessa coscienza ci condanna a un inferno dal quale non possiamo fuggire. Dobbiamo allora ricordare che: “Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9).

Chiniamo il capo umilmente davanti a Lui e riceviamo il Suo perdono e poi viviamo per Lui secondo le Sue vie. Questo· è credere non invano.

Dal Libro: La psichiatria di Dio

4 – Ricordati del giorno del riposo per santificarlo

Ognuna delle dieci regole di Dio per vivere è vitale, ma nel darle a Mosè Dio disse di più intorno alla quarta che non alle altre. Riguardo l’uccidere a Dio sono bastate due parole, ma ne ha usate 108 per dirci di “ricordare il giorno del riposo per santificarlo”.

Per prima cosa Dio ci dice di ricordare. Scientificamente parlando, non ci dimentichiamo mai di nulla. Ogni pensiero è registrato per sempre nella nostra mente ma, praticamente, possiamo dimenticare quasi tutto.

Dimentichiamo date e nomi, dimentichiamo i nostri doveri e perfino Dio. Di alcune cose ci dimentichiamo intenzionalmente perchè il ricordarle non ci fa piacere. Altre cose le dimentichiamo perchè la nostra mente è occupata con altri soggetti. Dimentichiamo di rispettare il giorno di Dio. Ma Dio dice che l’uomo deve mettere da parte un giorno per settimana per santificarlo e il non farlo genera sofferenza. In primo luogo Dio diede all’uomo il “giorno del riposo” come ricompensa per la sua fatica.

L’uomo che lavora merita il riposo e dimenticare questo dono di Dio è ingannare se stessi.

Nel suo libro “East River” Sholem Asch, riguardo il giorno del Signore, cita le parole di un vecchio ebreo, Moshe Wolf, come la miglior affermazione relativa al giorno-del-riposo. Dice così: “Quando un uomo lavora non per la necessità della vita ma per accumulare beni, diventa uno schiavo. E’ per questo che Dio ha stabilito il Sabato.
E’ proprio con l’osservanza del Sabato che noi riconosciamo di non essere degli animali da lavoro nati solo per mangiare e lavorare.
Siamo uomini. E’ il Sabato la meta dell’uomo, non il lavoro, ma il riposo che col suo· lavoro si guadagna. E’ perchè gli ebrei santificarono il Sabato che furono redenti dalla schiavitù d’Egitto. Fu con l’osservare il Sabato che proclamarono di non essere schiavi ma uomini I iberi”.

In secondo luogo Dio ci ha dato la Domenica perchè ogni uomo ha bisogno di ricreazione. Proprio come una batteria può esaurirsi ed ha bisogno di essere ricaricata, così può accadere all’uomo.

Si racconta di due carovane che, nei giorni dei pionieri, si misero in viaggio attraverso le praterie andando verso il West, verso la California.
Alla guida di una di queste carovane c’era un uomo timorato di Dio, mentre l’altra era guidata da un uomo senza scrupoli. La prima carovana si fermava ogni domenica per adorare il Signore e per riposare. Nella seconda le persone erano così ansiose di raggiungere l’oro della California che non trovavano mai il tempo per fermarsi: viaggiavano tutti i giorni. Il fatto sorprendente è che la carovana che rispettava il “giorno del Signore” arrivò prima.

Oggi è dimostrato che una persona può fare più lavoro in sei giorni, anche in cinque, che non in sette. Una persona esaurita è improduttiva.

Anche l’anima ha bisogno di ricreazione. Un gruppo di esploratori americani andò in Africa e formò una carovana con delle guide locali. Il primo giorno viaggiarono in fretta, così il secondo, il terzo e così via. Il settimo giorno gli esploratori, notando che le guide rimanevano sedute sotto gli alberi, le incitarono con un: “Forza, sbrigatevi”. Una delle guide rispose: “Oggi noi non andare. Oggi riposare per· chè nostra anima raggiungere nostro corpo”. E’ per questa ragione che Dio dice: “Ricordati del giorno del riposo”.

Abbiamo passato così tanto tempo discutendo di quello che non si può fare la domenica che qualche volta ci dimentichiamo di quello che dovremmo fare.

Dio ci ha dato questo giorno non come un periodo di proibizioni, ma piuttosto per darci l’opportunità di compiere le cose più importanti e interessanti della vita.

Un vecchio minatore spiegava un giorno ad un visitatore: “Lascio che i miei muli trascorrano un giorno alla settimana fuori della miniera per evitare che diventino ciechi”.

Alla persona che non passa del tempo fuori delle normali occupazioni giornaliere della vita, l’anima diventa cieca. Il filosofo Santayana ha detto: “Fanatico è colui che, avendo perso di vista la sua meta, raddoppia il suo sforzo”.

Molto del correre febbrile che vediamo oggi intorno a noi è fatto da gente che ha perso di vista la propria meta. Dio dice che abbiamo bisogno di un giorno la settimana per non perdere di vista la nostra meta. O, come dice Carlyle, “l’uomo che non adora regolarmente lddio non è altro che un paio d’occhiali dietro i quali non c’è alcun occhio”.

Nel mio ministero pastorale ho visto molte persone che avevano perso il controllo dei loro nervi. Per molti di loro la vita era diventata un’esperienza miserevole. Ma è raro, molto raro, trovare una persona in queste condizioni fra coloro che adorano Dio regolarmente e preservano la santità del Suo giorno. Un’espressione del gergo americano dice letteralmente: “M’hanno rubato la capra” (in italiano diremmo: “M’hanno fatto perdere le staffe” – N.d.T.), ed è interessante ricordare com’è nata questa espressione.

I proprietari di quei meravigliosi, sensibili e nervosi animali che sono i cavalli da corsa, tengono una capretta nella stalla. La semplice presenza di questo animale tranquillo e rilassato aiuta i cavalli a rilassarsi a loro volta. Il giorno precedente una corsa importante può capitare che la capretta venga fatta rubare da un allevatore rivale. Il cavallo, così innervosito, non parteciperà alla corsa nella forma migliore.

Anche noi diventiamo sensibili e coi nervi tesi, così vacilliamo nella corsa della vita. L’uomo ha bisogno di ricreazione rilassante e di ispirazione spirituale. Oliver Wendell Holmes diceva: “Nel mio cuore c’è una timida pianticella che si chiama reverenza; la coltivo di domenica”.

E sarà bene che tutti noi coltiviamo la pianta “reverenza” nel nostro cuore perchè, come ci ricorda Dostoevskij, “un uomo che si piega per niente non può mai portare il peso di se stesso”.

Molte delle nostre paure, preoccupazioni, tensioni nervose ci sarebbero risparmiate se rispettassimo questa regola di Dio.

Abbiamo sempre troppa fretta, camminiamo molto di più di quanto non si possa reggere.

La Bibbia ci dice: “Fermatevi. .. e riconoscete che io sono Dio” (Salmo 46: 10). La bellezza non grida. La grazia è tranquilla. Il buon umore non è clamoroso.

Gli appelli del Divino sono fatti sempre con toni calmi, un “suono dolce e sommesso”.

L’illustrazione che il Nuovo Testamento fa di Gesù è: “Ecco, io sto alla porta e picchio: se uno ode la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli meco” (Apocalisse 3:20). Il Divino non è importuno. Non entra nella vita di qualcuno se non è invitato a farlo.

E’ riservato e gentile. “Abbiamo bisogno di un giorno nel quale possiamo ascoltare la Sua voce. Un giorno nel quale prestare attenzione all’Altissimo” diceva molto bene il dottor Fosdick.

Come ha costruito telescopi per avere una visione più chiara delle stelle, fin quasi dall’alba della civiltà l’uomo ha costruito chiese e messo da parte un giorno per adorare e avere così una più chiara visione di Dio e degli scopi importanti della vita. “Ricordati del giorno del riposo per santificarlo” dice lddio.”

Dal LIbro: La psichiatria di Dio
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